Tratto da Assesempione.info:
Enzo Mari
Il tema affrontato nella serata di ieri è stata la scuola nazionale ceca di fine Ottocento, quella nata per impulso di Dvořák e Smetana (e avente un burbero tutore di nome Johannes Brahms), alle prese con le piccole forme della Serenata e della Suite per soli archi, rinate in quel cruciale periodo come alternativa al gigantismo della sinfonia ed al colorismo rutilante del poema sinfonico contemporanei. Ma, si badi bene, non per queste ragioni si tratta necessariamente di musica di facile esecuzione per l’orchestra o per il direttore, oppure solo di un puro piacevole intrattenimento per l’ascoltatore, in attesa di più ardui cimenti musicali. Tutt’altro.
Il primo brano eseguito è stata la Serenata op. 6, del boemo Josef Suk, composta nel 1892 (a diciotto anni!) proprio su impulso del suo maestro Antonin Dvořák. Un pezzo indubbiamente “alla maniera di” (del suddetto Dvořák, naturalmente, ma con un pizzico di Brahms e di Čaikovskij qua e là), con tanti cliché della musica slava, eppure ad un ascolto più attento anche molto ricca di spunti personali. Questi spunti, che fanno di Suk non un semplice - seppur dotato - epigono, sono stati pienamente colti dall’orchestra Haydn e dal maestro Balleello. Personalmente, abbiamo apprezzato particolarmente il modo con il quale sono state evidenziate le tante raffinatezze strumentali della Serenata, come gli (ardui) intrecci strumentali, con sconfinamenti in registri inusuali, il ruolo da protagonista affidato in tanti passaggi del pezzo anche alle viole (solitamente poco in evidenza), gli interessanti impasti sonori, e la bellissima condotta dell’Adagio, che in alcuni passaggi ci è sembrato lanciare un ardito ponte con musiche novecentesche, anche loro fatte d’aria e nuvole, come la Nona di Mahler o qualche Lied di Richard Strauss. E l’Allegro giocoso finale, sorta di partita a scacchi con avanzate e ritirate, tra la prassi, nel senso degli scatenati finali che erano di ordinanza in questo genere di pezzi “caratteristici”, ed il carattere più introverso e portato alla malinconia del nostro autore.
E’ poi stata la volta di Idyla, una Suite per orchestra d’archi composta nel 1878 dal moravo Leoš Janáček, una delle più grandi personalità della musica europea (non solo ceca) nella prima metà del XX secolo, ancora troppo poco conosciuto in Italia (purtroppo la lingua ceca delle sue opere vocali non aiuta). Nonostante fosse più anziano di ben vent’anni di Suk, Janáček partecipò in modo molto più significativo del primo al rinnovamento del linguaggio musicale che sarebbe avvenuto all’inizio del Ventesimo secolo. Lo fece anche in un modo originale, perché in molta della sua produzione egli volle avvicinarsi senza intellettualismi alla vera musica popolare del suo Paese, non a quella raffinata e idealizzata che aveva tenuto la scena fino ad allora. E, mentre tanti altri compositori ci stupiscono per l’acume del loro pensiero musicale, il (ri)ascolto di certo Janáček è per noi come il ritrovare un vecchio amico con il quale si condividono tanti ricordi di persone, tante storie di un passato irrecuperabilmente perduto. Tutto questo, insieme ad illuminazioni su quello che sarà il linguaggio dello Janáček futuro, è già presente in nuce in Idyla, brano che malauguratamente è spesso stato considerato un’opera giovanile, trascurabile, e che in Italia, a quanto ci consta, non ha avuto molte esecuzioni pubbliche.
In questa luce, le novità della scrittura janáčekiana, nell’esecuzione dell’orchestra Haydn, sono risultate ben evidenti soprattutto nella ripetitiva fissità piena di inquietudine del secondo movimento, ed in quella lacerata dal dolore del terzo. Ecco: ci sembra che, mentre in altri concerti diretti dal Maestro Balleello i tempi più riusciti fossero quelli mossi, questa volta siano stati i Moderato o gli Adagio ad essere idealmente il nucleo centrale e generativo delle due opere. E per questo, dopo la riuscita “danza di elefanti” dell’Allegro centrale, abbiamo atteso con vivo interesse l’arrivo dell’Adagio in forma di Dumka, il vero cuore della Suite, summa in pochi minuti della tristezza delle ballate epiche russe o slave: dolente, poi vivo e pulsante, e poi spento e definitivamente rassegnato. Tutto questo, si noti, ottenuto da Janáček soltanto tramite un raffinatissimo trattamento orchestrale, senza fare ricorso all’elaborazione tematica: e non siamo stati delusi dalla bellissima resa che ne ha ottenuto l’orchestra. Un po’ di inevitabile stanchezza affiorava durante i due movimenti conclusivi della Suite, ma eravamo alla fine di un concerto straordinariamente difficile, affrontato dai giovani ed anche giovanissimi componenti dell’orchestra con una capacità ed un piglio combattivo degno di compagini ben più navigate.
Due i bis: nel primo è stato ripetuto l’Andante con moto che apriva la Serenata di Suk; nel secondo, eseguito dopo calorosi richiami del pubblico, è stato fatto riascoltare il Presto al centro del quinto movimento, la Dumka, di Idyla.
E’ poi stata la volta di Idyla, una Suite per orchestra d’archi composta nel 1878 dal moravo Leoš Janáček, una delle più grandi personalità della musica europea (non solo ceca) nella prima metà del XX secolo, ancora troppo poco conosciuto in Italia (purtroppo la lingua ceca delle sue opere vocali non aiuta). Nonostante fosse più anziano di ben vent’anni di Suk, Janáček partecipò in modo molto più significativo del primo al rinnovamento del linguaggio musicale che sarebbe avvenuto all’inizio del Ventesimo secolo. Lo fece anche in un modo originale, perché in molta della sua produzione egli volle avvicinarsi senza intellettualismi alla vera musica popolare del suo Paese, non a quella raffinata e idealizzata che aveva tenuto la scena fino ad allora. E, mentre tanti altri compositori ci stupiscono per l’acume del loro pensiero musicale, il (ri)ascolto di certo Janáček è per noi come il ritrovare un vecchio amico con il quale si condividono tanti ricordi di persone, tante storie di un passato irrecuperabilmente perduto. Tutto questo, insieme ad illuminazioni su quello che sarà il linguaggio dello Janáček futuro, è già presente in nuce in Idyla, brano che malauguratamente è spesso stato considerato un’opera giovanile, trascurabile, e che in Italia, a quanto ci consta, non ha avuto molte esecuzioni pubbliche.
In questa luce, le novità della scrittura janáčekiana, nell’esecuzione dell’orchestra Haydn, sono risultate ben evidenti soprattutto nella ripetitiva fissità piena di inquietudine del secondo movimento, ed in quella lacerata dal dolore del terzo. Ecco: ci sembra che, mentre in altri concerti diretti dal Maestro Balleello i tempi più riusciti fossero quelli mossi, questa volta siano stati i Moderato o gli Adagio ad essere idealmente il nucleo centrale e generativo delle due opere. E per questo, dopo la riuscita “danza di elefanti” dell’Allegro centrale, abbiamo atteso con vivo interesse l’arrivo dell’Adagio in forma di Dumka, il vero cuore della Suite, summa in pochi minuti della tristezza delle ballate epiche russe o slave: dolente, poi vivo e pulsante, e poi spento e definitivamente rassegnato. Tutto questo, si noti, ottenuto da Janáček soltanto tramite un raffinatissimo trattamento orchestrale, senza fare ricorso all’elaborazione tematica: e non siamo stati delusi dalla bellissima resa che ne ha ottenuto l’orchestra. Un po’ di inevitabile stanchezza affiorava durante i due movimenti conclusivi della Suite, ma eravamo alla fine di un concerto straordinariamente difficile, affrontato dai giovani ed anche giovanissimi componenti dell’orchestra con una capacità ed un piglio combattivo degno di compagini ben più navigate.
Due i bis: nel primo è stato ripetuto l’Andante con moto che apriva la Serenata di Suk; nel secondo, eseguito dopo calorosi richiami del pubblico, è stato fatto riascoltare il Presto al centro del quinto movimento, la Dumka, di Idyla.
Massimo Sacchi
Galleria fotografica a cura di Assesempione
Video-intervista al Maestro Balleello
Video-intervista al Vicesindaco Luminari
Orchestra da camera della città di Legnano Franz Joseph Haydn
sito web: www.orchestralegnano.org
e-mail: orchestralegnano@alice.it
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